ARCHEOLOGIA
STORIA E CARTOGRAFIA
PINACOTECA
ARTE CONTEMPORANEA
CASA CREMASCA
I CHIOSTRI
ARCHEOLOGIA FLUVIALE
ARTE ORGANARIA
SALA PIETRO DA CEMMO

ARCHEOLOGIA

Come tutte le sezioni che costituiscono il Museo civico di Crema e del Cremasco anche la seziona archeologica raggruppa reperti provenienti quasi esclusivamente dal territorio cremasco e che riguardano la sua storia dall’epoca preistorica alla colonizzazione longobarda. Della collezione fanno parte alcuni pregevoli reperti che, meglio di altri, testimoniano la presenza di antiche popolazioni nei territori di Crema e del suo circondario.

Tra di essi spicca il cosiddetto “Tesoretto di Camisano”, costituito da 502 monete di epoca romana rinvenute a Camisano nel 1997: i sesterzi che lo compongono coprono un’epoca che va dal regno dell’imperatore Vesapasiano (69-79 d.C.) a quello dell’imperatore Treboniano Gallo (251-253 d.C.). Il “Tesoretto” è costituito da monete di indubbio valore per la loro rarità, quali i sesterzi dei diversi imperatori che si sono succeduti alla guida di Roma nel cosiddetto periodo dell’anarchia militare, iniziato nel 235 d.C.

Sempre di epoca romana (ma di un periodo di poco successivo) sono invece i mosaici di Palazzo Pignano, rinvenuti durante le campagne di scavo realizzate nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta dentro la pieve protoromanica del paese e nei territori ad essa circostanti. In particolare a Palazzo Pignano è documentata la presenza di un’imponente villa di campagna risalente al V secolo d.C., accanto alla quale sorgeva un coevo edificio di culto, una parte del quale è appunto visibile nella navata di destra della pieve. Proprio dalla villa provengono i mosaici ospitati dal Museo, caratterizzati da colori e disegni geometrici tipici dell’epoca tardo-antica.

Un terzo nucleo archeologico di sicuro interesse è costituito dai numerosi ritrovamenti di epoca longobarda. Come è noto nel 570 d.C. i longobardi, guidati dal loro re Alboino, invasero l’Italia centrosettentrionale (anche se si spinsero fino a Salerno, dove fondarono un ducato) e la occuparono stabilmente. In territorio cremasco la loro presenza è attestata in modo particolare ad Offanengo, come ben documentato dal rinvenimento di numerose sepolture di esponenti del popolo germanico. Esse risalgono all’ultimo terzo del VII secolo dopo Cristo. Tra gli oggetti rinvenuti spiccano per la loro bellezza due croci in lamina d’oro, preziose non solo per il valore del materiale con cui sono realizzate ma anche perché testimoniano la conversione del popolo longobardo al cristianesimo, dal momento che tali croci, fissate su supporti in cuoio, servivano per adornare i vestiti utilizzati nei giorni di festa per recarsi in chiesa.

Infine non va taciuta la presenza di reperti rinvenuti durante le diverse campagne di restauro di cui è stato fatto oggetto il Duomo di Crema nel corso dei secoli: tra di essi sono degne di note le due predelle d’altare (facevano parte dell’altare dedicato a San Marco) ritrovate nel 1912 ma studiate solo nel 2013 dalla Società storica cremasca prima di essere esposte in Museo. Si tratta di due opere di Agostino de Fondulis, una raffigurante la Natività e l’altra, probabilmente, la Resurrezione. Ad esse fanno buona compagnia altre opere in terracotta realizzate dal Maestro degli angeli cantori.

Archeologia

Come tutte le sezioni che costituiscono il Museo civico di Crema e del Cremasco anche la seziona archeologica raggruppa reperti provenienti quasi esclusivamente dal territorio cremasco e che riguardano la sua storia dall’epoca preistorica alla colonizzazione longobarda. Della collezione fanno parte alcuni pregevoli reperti che, meglio di altri, testimoniano la presenza di antiche popolazioni nei territori di Crema e del suo circondario.

Tra di essi spicca il cosiddetto “Tesoretto di Camisano”, costituito da 502 monete di epoca romana rinvenute a Camisano nel 1997: i sesterzi che lo compongono coprono un’epoca che va dal regno dell’imperatore Vesapasiano (69-79 d.C.) a quello dell’imperatore Treboniano Gallo (251-253 d.C.). Il “Tesoretto” è costituito da monete di indubbio valore per la loro rarità, quali i sesterzi dei diversi imperatori che si sono succeduti alla guida di Roma nel cosiddetto periodo dell’anarchia militare, iniziato nel 235 d.C.

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STORIA E CARTOGRAFIA

Accanto alla storia artistica della città troviamo vari oggetti che ripercorrono la storia politico-istituzionale di Crema. Essa copre le vicende cittadine a partire dall’epoca veneta, iniziata per Crema nel 1449 e durata di fatto quasi ininterrottamente (si segnala solo la presenza dei francesi fra il 1509 ed il 1512, come conseguenza della loro vittoria sulla Serenissima ad Agnadello) fino all’avvento di Napoleone nel 1797 (pace di Campoformido).

Tale documentazione incompleta è dovuta al fatto che il materiale relativo alla Crema del periodo medioevale e della dominazione viscontea è andato perduto a causa dell’incendio dell’archivio comunale verificatosi nel 1449, il giorno prima dell’arrivo dei veneziani. Di conseguenza per conoscere le vicende di Crema libero comune prima e territorio milanese poi non ci restano che le cronache di alcuni storici locali quali Terni, Fino e Sforza Benvenuti.

Troviamo così armi, sigilli, editti delle diverse dominazioni che, a partire dal XV secolo, hanno assoggettato Crema al loro potere: tali oggetti scandiscono la storia cremasca più recente, fatta di passaggi dal controllo del leone di San Marco al berretto frigio francese e da questo all’aquila austriaca, prima che Crema trovasse la sua definitiva collocazione sotto le insegne della dinastia sabauda dopo la vittoriosa conclusione della Seconda guerra di indipendenza nel 1859.

La storia del territorio è anche ricostruita attraverso un percorso cartografico che, utilizzando mappe della città e del Cremasco e stampe dei monumenti più significativi di Crema, permette di ricostruire le modificazioni del tessuto urbano cittadino e di quello del territorio.

Storia e
cartografia

Accanto alla storia artistica della città troviamo vari oggetti che ripercorrono la storia politico-istituzionale di Crema. Essa copre le vicende cittadine a partire dall’epoca veneta, iniziata per Crema nel 1449 e durata di fatto quasi ininterrottamente (si segnala solo la presenza dei francesi fra il 1509 ed il 1512, come conseguenza della loro vittoria sulla Serenissima ad Agnadello) fino all’avvento di Napoleone nel 1797 (pace di Campoformido).

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PINACOTECA

L’immagine che, di norma, si ha di un museo è quella di un’esposizione di quadri. A questo “luogo comune” non sfugge neanche il Museo civico di Crema e del Cremasco che, pur essendo un “museo multiplo”, vanta la presenza di un consistente nucleo di dipinti (e, in numero minore) di sculture, che formano appunto la sezione dedicata alle arti figurative del Museo.

Tali opere, prodotte da artisti locali (su cui ci soffermeremo con quasi esclusiva attenzione in questo articolo) ma anche da pittori di fama nazionale, coprono l’arco temporale che va dal XV alla prima metà del XX secolo. Le opere di quest’ultimo cinquantennio, assieme alla maggior parte di quelle del XIX secolo, sono esposte nella SAM, la Sezione di arte moderna inaugurata nel maggio del 2014. Essa, nata dall’esigenza di riaprire al pubblico alcuni spazi chiusi da tempo, costituisce la più recente appendice della pinacoteca, presentandosi come una versione più aggiornata (e caratterizzata, al contempo, da una veste più accattivante e moderna) della precedente Sezione di Arte moderna e contemporanea, inaugurata nel 1996 ma chiusa dopo pochissimi anni.

Le opere più “datate” della collezione risalgono al XV secolo: troviamo così Vincenzo Civerchio, di cui conserviamo un piccolo ma pregevolissimo ovale dedicato a San Francesco d’Assisi, ed Aurelio Buso con i suoi affreschi.

Rappresentano bene il XVI secolo l’opera di Giovanni Castoldo, pittore caravaggino, dedicata alla nascita di Gesù Cristo, e quella di Giovan Angelo Ferrario, raffigurante la Madonna con il bambino ed alcuni santi (tra cui il patrono di Crema San Pantaleone) ma, soprattutto, le monumentali opere di fra Sollecito Arisi Madonna con il bambino e santi agostiniani e La deposizione di Carlo Urbino. Esse, assieme all’Assunta di Palma il Giovane, risalente invece al XVII secolo, costituiscono un nucleo pittorico caratterizzato dalla comune provenienza dalla chiesa di Sant’Agostino, annessa al convento e demolita intorno al 1830.

Queste tre opere non erano sole ad arricchire le pareti della chiesa conventuale: assieme ad esse vi erano di sicuro la Madonna in trono tra San Giorgio e san Cristoforo, di Paris Bordone, oggi conservata all’Accademia Tadini di Lovere, e il San Tommaso da Villanova di Buscherato da Verona, attualmente esposta nella chiesa dell’Ospedale maggiore di Crema. Il XVII secolo, oltre alla già menzionata pala di Palma il Giovane, è ben rappresentato da Giovanni Giacomo Barbelli (Deposizione di Cristo dalla Croce), Tommaso Pombioli (San Rocco, Noli me tangere, Madonna con bambino in trono e Agar e Ismaele) e Giovan Battista Lucini (Miracolo di San Pietro d’Alcantara, Santa Caterina d’Alessandria e Santa Lucia). Al XVII secolo risalgono invece le opere di Mauro Picenardi (Assunzione, Visitazione) e della sua bottega, autrice di numerosi quadri a soggetto religioso, relativi alla vita di Gesù. I successivi secoli XIX e XX sono invece i protagonisti della Sezione di arte moderna cui abbiamo accennato in apertura: all’interno del “vecchio” percorso museale troviamo però alcune opere ottocentesche che sono state utilizzate per arricchire la sezione di storia. Tra di esse spicca, per l’importanza dell’autore ed il significato del fatto narrato per la storia cittadina, Gli ostaggi di Crema di Gaetano Previati, che ci mostra in tutta la sua drammaticità, grazie a toni decisi e cupi, uno degli eventi più significativi dell’assedio portato dalle milizie del Barbarossa a Crema tra il 1159 ed il 1160.

Un unicum delle collezioni museali cremasche è infine la collezione di tavolette da soffitto, una produzione tipica del Rinascimento cremasco, di cui parte è esposta all’interno del percorso museale e parte è allocata nel soffitto (come, di fatto, erano posizionate le tavolette nei soffitti dei palazzi rinascimentali cittadini) della sala oggi dedicata ad Angelo Cremonesi e che, ai tempi della presenza al Sant’Agostino dei monaci, era la sede di una ricca biblioteca andata purtroppo perduta al momento della soppressione del convento nel 1797. Accanto alla storia artistica della città troviamo vari reperti che ripercorrono la storia politico-istituzionale di Crema Essa copre le vicende cittadine a partire dall’epoca veneta, iniziata per Crema nel 1449 e durata di fatto quasi ininterrottamente (si segnala solo la presenza dei francesi fra il 1509 ed il 1512, come conseguenza della loro vittoria sulla Serenissima ad Agnadello) fino all’avvento di Napoleone nel 1797 (pace di Campoformido). Tale documentazione incompleta è dovuta al fatto che il materiale relativo alla Crema del periodo medioevale e della dominazione viscontea è andato perduto a causa dell’incendio dell’archivio comunale verificatosi nel 1449, il giorno prima dell’arrivo dei veneziani.

Di conseguenza per conoscere le vicende di Crema libero comune prima e territorio milanese poi non ci restano che le cronache di alcuni storici locali quali Terni, Fino e Sforza Benvenuti. Troviamo così armi, sigilli, editti delle diverse dominazioni che, a partire dal XV secolo, hanno assoggettato Crema al loro potere: tali oggetti scandiscono la storia cremasca più recente, fatta di passaggi dal controllo del leone di San Marco al berretto frigio francese e da questo all’aquila austriaca, prima che Crema trovasse la sua definitiva collocazione sotto le insegne della dinastia sabauda dopo la vittoriosa conclusione della Seconda guerra di indipendenza nel 1859.

Pinacoteca

L’immagine che, di norma, si ha di un museo è quella di un’esposizione di quadri. A questo “luogo comune” non sfugge neanche il Museo civico di Crema e del Cremasco che, pur essendo un “museo multiplo”, vanta la presenza di un consistente nucleo di dipinti (e, in numero minore) di sculture, che formano appunto la sezione dedicata alle arti figurative del Museo. Tali opere, prodotte da artisti locali (su cui ci soffermeremo con quasi esclusiva attenzione in questo articolo) ma anche da pittori di fama nazionale, coprono l’arco temporale che va dal XV alla prima metà del XX secolo.
Le opere di quest’ultimo cinquantennio, assieme alla maggior parte di quelle del XIX secolo, sono esposte nella SAM, la Sezione di arte moderna inaugurata nel maggio del 2014. Essa, nata dall’esigenza di riaprire al pubblico alcuni spazi chiusi da tempo, costituisce la più recente appendice della pinacoteca, presentandosi come una versione più aggiornata (e caratterizzata, al contempo, da una veste più accattivante e moderna) della precedente Sezione di Arte moderna e contemporanea, inaugurata nel 1996 ma chiusa dopo pochissimi anni.

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ARTE CONTEMPORANEA

La sezione ospita una selezione della pittura e della scultura cremasca dell'Ottocento e del Novecento. Angelo Bacchetta ed Eugenio Giuseppe Conti, i maggiori pittori del secolo XIX, sono rappresentati da opere importanti scelte tra i numerosi loro lavori conservati al Museo, alcuni dei quali acquisiti da pochi anni e raramente esposti. A essi saranno affiancati gli scenografi Luigi Manini e Antonio Rovescalli, personalità che divennero famose in ambito teatrale a livello europeo e che contribuirono, accanto ai musicisti Bottesini e Petrali, alla notorietà di Crema nel mondo. Questi scenografi, insieme ad Antonio Pressi per ora assente, testimonieranno inoltre la fondamentale funzione assunta dal Teatro Sociale di Crema, costruito su progetto di Piermarini, nella vita culturale e artistica della città.

Tra Ottocento e Novecento una nuova generazione di artisti cremaschi, operanti soprattutto a Milano, tennero viva la tradizione cremasca anche fuori dai confini regionali e talvolta anche nazionali. Vanno ricordati innanzitutto Mario Chiodo Grandi e Sigismondo Martini, attivi sia come decoratori che architetti; sono inoltre degni di mezione Azeglio e Tullio Bacchetta, appartenenti a una vera dinastia pittorica cremasca, e Camilla Marazzi.

La straordinaria fioritura pittorica della vicinissima Castelleone è documentata da un nucleo quantitativamente consistente e qualitativamente molto rilevante di dipinti di Francesco Arata. In pieno secolo XX troviamo infine personalità come Carlo Martini, pittore chiarista, maestro delle nuove generazioni, o Amos Edallo, castelleonese di origine, alla cui passione e determinazione dobbiamo l'istituzione del Museo Civico. Architetto e urbanista di fama, Edallo è stato, in giovinezza, anche scultore, come ricorda la terracotta esposta. Tre, invero, furono gli scultori cremaschi importanti tra Otto e Novecento: Quintilio Corbellini, Bassano Danielli ed Enrico Girbafranti. Solo l'ultimo, Girbafranti, è esposto al Museo con due gessi preparatori.

Sempre nell'ambito della scultura è complessivamente ben rappresentato, grazie al generoso lascito della famiglia, il lavoro di Achille Barbaro, un artista di avanguardia del Novecento, tragicamente e precocemente scomparso, capace di sperimentare, oltre a inedite forme, nuovi e inusuali materiali, come la plastica, prodotti in quegli anni dall'industria chimica nazionale.

Dei numerosi pittori nati nel XX secolo si è deciso di esporre gli artisti già operanti alla fine della seconda guerra mondiale e che parteciparono alla costruzione dell'esperienza democratica e repubblicana. In particolare le opere di Giannetto Biondini, a lungo intelligente e disinteressato collaboratore del Museo, di Carlo Fayer, di Federico Boriani e di Ugo Bacchetta, anch'essi sempre disponibili nell'attività e figure di stimolo nella valorizzazione del Museo.

Arte
Contemporanea

La sezione ospita una selezione della pittura e della scultura cremasca dell'Ottocento e del Novecento. Angelo Bacchetta ed Eugenio Giuseppe Conti, i maggiori pittori del secolo XIX, sono rappresentati da opere importanti scelte tra i numerosi loro lavori conservati al Museo, alcuni dei quali acquisiti da pochi anni e raramente esposti. A essi saranno affiancati gli scenografi Luigi Manini e Antonio Rovescalli, personalità che divennero famose in ambito teatrale a livello europeo e che contribuirono, accanto ai musicisti Bottesini e Petrali, alla notorietà di Crema nel mondo.

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CASA CREMASCA

In quanto museo espressione della cultura (nel termine più ampio del termine) locale il Museo civico di Crema e del Cremasco si confronta anche con la cultura di tipo materiale: tale confronto è ben esemplificato dalla Casa cremasca, ricostruzione di due ambienti (cucina e camera da letto) di una casa contadina (sarebbe meglio dire dell’abitazione di un fattore) del periodo compreso tra il finire dell’Ottocento e l’inizio del XX secolo. Inaugurata nel 1969 dall’architetto Ermentini e riallestita poi nel 2005, la Casa cremasca si articola dunque attorno ai due nuclei fondanti di un’abitazione rurale, la cucina, meglio nota come la cà (un termine, dunque, che riassume la centralità della cucina, tanto da farla coincidere, in pratica, con l’abitazione stessa) e la camera da letto, altresì conosciuta come il suler, perché di solito posta al primo piano della casa colonica.

La cucina, dunque, era il centro vero e proprio dell’abitazione, il luogo, l’unico riscaldato dell’abitazione grazie alla confortante presenza del camino (che svolgeva anche la funzione di focolare per cucinare il cibo), in cui si svolgevano pranzi e cene, cioè i momenti più importanti della vita sociale nel mondo contadino. Attorno al desco si riuniva la famiglia, un nucleo spesso allargato sia in senso generazionale (quindi contenente padri, figli e nipoti) sia in senso parentale (includendo, ad esempio, i cugini), e dotato di una precisa struttura che faceva capo all’anziano, il capofamiglia, meglio noto come culunèl, la cui preminenza è ben simboleggiata dalla seggiola più massiccia a lui destinata e posta, ovviamente, a capo tavola.

Accanto al capofamiglia troviamo la regiùra, cioè la donna dominante, con un ruolo secondario, e tuttavia figura di primo piano nella gestione della casa e dei suoi abitanti più giovani ed attenta ad integrare il reddito famigliare con l’allevamento di animali, ma anche con la filatura del lino e della lana. Nella cucina, oltre ai richiami alla struttura sociale, sono presenti oggetti che rimandano al mondo dell’alimentazione (ben esemplificata è la produzione del pane, che veniva poi cotto nel forno comunitario), e a tradizioni oggi perdute, come quella della dote, cioè del corredo di cui la donna veniva, appunto, “dotata” in occasione del matrimonio.

Nella camera da letto, la stanza più intima (anche se, a volte, affollata, specie nelle famiglie più povere), si verificavano, di fatto, l’inizio e la fine della vita, dal momento che era proprio in quel locale che si nasceva e si moriva. Per questo la stanza da letto vedeva la presenza di numerosi simboli della fede quali immaginette votive, acquasantiere, rosarii. La stanza da letto, così come la cucina, rappresenta la povertà di vita dei contadini dei secoli scorsi, rappresentata, tra le altre cose, dal materasso, fatto con le foglie del granoturco, e dalla moniga, cioè dall’unico strumento in grado di regalare un po’ di tepore fra le coperte nelle gelide notti invernali.

Arricchiscono la Casa cremasca, inoltre, alcuni giocattoli, un bell’esemplare di velocipede (l’antenato della bicicletta) ed alcuni oggetti tipici del lavoro nei campi quali l’aratro ed il crivello, un enorme setaccio usato, dopo la mietitura, per separare il grano dalla pula.

Casa Cremasca

In quanto museo espressione della cultura (nel termine più ampio del termine) locale il Museo civico di Crema e del Cremasco si confronta anche con la cultura di tipo materiale: tale confronto è ben esemplificato dalla Casa cremasca, ricostruzione di due ambienti (cucina e camera da letto) di una casa contadina (sarebbe meglio dire dell’abitazione di un fattore) del periodo compreso tra il finire dell’Ottocento e l’inizio del XX secolo.
Inaugurata nel 1969 dall’architetto Ermentini e riallestita poi nel 2005, la Casa cremasca si articola dunque attorno ai due nuclei fondanti di un’abitazione rurale, la cucina, meglio nota come la cà (un termine, dunque, che riassume la centralità della cucina, tanto da farla coincidere, in pratica, con l’abitazione stessa) e la camera da letto, altresì conosciuta come il suler, perché di solito posta al primo piano della casa colonica.

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I CHIOSTRI

L’attuale sede del Museo civico di Crema e del Cremasco nacque come convento nel 1439, quando venne edificato per ospitare una comunità di frati agostiniani, esponenti dell’Osservanza di Lombardia. Essa, caratterizzata da una forte attenzione alla cultura umanistica ed allo studio (non per niente il convento cremasco ospitava una ricca biblioteca, andata purtroppo dispersa ai tempi delle soppressioni napoleoniche), fu una delle protagoniste del rinnovamento della Chiesa nel corso del Quattrocento.

Il convento venne articolato su due chiostri, su cui insistevano le varie pertinenze, la più importante delle quali è di sicuro il refettorio, oggi salone Pietro da Cemmo, che ospita i pregevoli affreschi realizzati nel 1507 dall’omonimo pittore bresciano.

Il convento ospitò i frati agostiniani fino al 1797, quando, in concomitanza con le leggi emanate da Napoleone che miravano a limitare la diffusione degli ordini religiosi, con il contemporaneo incameramento dei beni degli enti soppressi da parte dello Stato, anche la comunità monastica agostiniana venne soppressa. Iniziò così la seconda fase della vita dell’edificio, che passò dai fasti conventuali alla mesta trasformazione in caserma, destinata ad ospitare prima le truppe francesi, poi i soldati asburgici ed infine le truppe del Regno d’Italia fino al 1945. Una volta diventato caserma il convento subì numerosi rimaneggiamenti, il più evidente dei quali fu la demolizione della chiesa annessa al convento, verificatasi intorno al 1830. Peraltro già nel 1811 era stata abbattuta la cupola di tale chiesa, perché la stessa ostacolava il buon funzionamento del telegrafo ottico attivo fra Milano e Soresina.

Destinato, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, a rifugio dei poveri della città e agli usi più svariati l’ex convento fu acquisito al demanio comunale nel 1953. Venne così fatto oggetto di una significativa campagna di restauri a partire dal 1959; tale campagna portò alla trasformazione dell’ex caserma, grazie all’architetto Amos Edallo, in centro culturale sede della biblioteca e del museo cittadini.

Entrando in Museo e percorrendo il chiostro settentrionale si resta immediatamente suggestionati dalla geometria delle architetture e dalle forme gotiche degli archi ogivali dell’antico complesso monastico. Qui sono esposti documenti della storia cittadina recente, con iscrizioni, epigrafi e monumenti del XVIII-XIX secolo. Lungo i muri del chiostro meridionale sono collocate infatti numerose epigrafi del XV e del XVI secolo e parte di un castello per campane. Il secondo chiostro (o chiostro meridionale) si presenta come molto più luminoso ma anche meno adorno di cimeli storici; su di esso si aprono sia le sale della Casa Cremasca sia il salone Pietro da Cemmo.

I chiostri

L’attuale sede del Museo civico di Crema e del Cremasco nacque come convento nel 1439, quando venne edificato per ospitare una comunità di frati agostiniani, esponenti dell’Osservanza di Lombardia.
Essa, caratterizzata da una forte attenzione alla cultura umanistica ed allo studio (non per niente il convento cremasco ospitava una ricca biblioteca, andata purtroppo dispersa ai tempi delle soppressioni napoleoniche), fu una delle protagoniste del rinnovamento della Chiesa nel corso del Quattrocento.
Il convento venne articolato su due chiostri, su cui insistevano le varie pertinenze, la più importante delle quali è di sicuro il refettorio, oggi salone Pietro da Cemmo, che ospita i pregevoli affreschi realizzati nel 1507 dall’omonimo pittore bresciano.

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ARCHEOLOGIA FLUVIALE

Diretta appendice della sezione dedicata all’archeologia è la sezione che conserva quella che non è forse errato definire come la collezione che più caratterizza, con la sua specificità, il Museo cittadino.

Stiamo parlando della sezione di Archeologia fluviale, che ospita quattro delle tredici piroghe trovate nei fiumi Adda, Oglio e Po e che è stata inaugurata nel 2010. Essa ospita quattro piroghe, appositamente trattate per poter resistere fuori dall’acqua, grazie anche all’ambiente ad umidità e temperatura controllate della sala.

In particolare undici imbarcazioni monossili (così vengono definite dagli studiosi le piroghe) furono ritrovate tra il 1972 ed il 1976 e costituiscono il nucleo più significativo della collezione: quattro provengono dal corso dell’Adda, mentre una sola da quello del Po; la maggior parte di esse proviene dunque dal fiume Oglio (sei ritrovamenti).

Le piroghe sono state oggetto di numerosi rinvenimenti, specie nel Nord Italia, in particolare nella bassa pianura di Lombardia, Veneto ed Emilia: come ricordano nel loro studio Thea Ravasi e Fabiana Barbaglio «tale fenomeno può essere attribuito alle particolari caratteristiche geomorfologiche e idrografiche del territorio: la zona infatti nelle epoche passate era ricca di paludi e lagune, che hanno richiesto un prolungato utilizzo di imbarcazioni leggere e facili da manovrare che, come le monossili, potessero essere sfruttate non solo per il trasporto di carattere commerciale, ma anche per i brevi spostamenti interni fra i diversi insediamenti».

Realizzate con tronchi di piante dal legno robusto (prevalentemente quercia, ma anche castagno, sebbene non sia da escludere che esistessero pure piroghe prodotte con legni teneri, andate però perdute nel tempo causa la fragilità del materiale di realizzazione) le imbarcazioni venivano scavate con asce, accette, scalpelli ed altri utensili, nonché con il fuoco. Una volta scavato il tronco il carpentiere procedeva anche alla modellazione dello scafo, definendone meglio la prua, la poppa e l’altezza delle pareti, nonché dotando l’imbarcazione di fori sul fondo, funzionali per permettere lo svuotamento dell’acqua imbarcata.

Il Museo di Crema conserva sia piroghe in cui la forma del tronco non è stata radicalmente modificata e che hanno perciò pareti alte sia piroghe dal fondo piatto. Per le prime si ipotizza un utilizzo assieme ad una gemella per la costituzione di una piroga doppia, per le secondo invece, oggetto di una lavorazione maggiore, è invece facilmente ipotizzabile l’utilizzo in acque calme e basse, come erano quelle, appunto, del Lago Gerundo, per il trasporto di persone e materiali, ma anche come ausilio nelle battute di pesca. Le piroghe, che da una prima analisi superficiale si potrebbero far risalire all’epoca preistorica, in realtà furono presenti in diverse epoche: pur in mancanza di dati certi le piroghe cremasche sono databili fra il III ed il XII secolo d.C., quindi risalgono ad un periodo compreso fra l’epoca romana ed il Medioevo. Ma le piroghe furono usate anche in tempi più recenti, visto che ancora negli anni Sessanta del XX secolo il mare Adriatico era solcato dagli zoppoli, ultimi eredi, appunto, delle piroghe.

L’allestimento della sezione di Archeologia fluviale si caratterizza anche per la presenza di un gioco multimediale pensato per i visitatori più piccoli: i bambini, in veste di esploratori, realizzano virtualmente, secondo le antiche tecniche, la loro imbarcazione e a bordo della stessa si avventurano poi alla scoperta del mondo circostante.

Archeologia
Fluviale

Diretta appendice della sezione dedicata all’archeologia è la sezione che conserva quella che non è forse errato definire come la collezione che più caratterizza, con la sua specificità, il Museo cittadino. Stiamo parlando della sezione di Archeologia fluviale, che ospita quattro delle tredici piroghe trovate nei fiumi Adda, Oglio e Po e che è stata inaugurata nel 2010.
Essa ospita quattro piroghe, appositamente trattate per poter resistere fuori dall’acqua, grazie anche all’ambiente ad umidità e temperatura controllate della sala. In particolare undici imbarcazioni monossili (così vengono definite dagli studiosi le piroghe) furono ritrovate tra il 1972 ed il 1976 e costituiscono il nucleo più significativo della collezione: quattro provengono dal corso dell’Adda, mentre una sola da quello del Po; la maggior parte di esse proviene dunque dal fiume Oglio (sei ritrovamenti).

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ARTE ORGANARIA

La tradizione organaria cremasca si sviluppa sulle orme della più antica arte organaria bresciana (Antegnati) e bergamasca (Serassi), a partire dalla fine del XVIII secolo, quando nel territorio cremasco sono fiorite numerose scuole e botteghe. In un crescendo che non conobbe sosta famiglie come i Lingiardi, i Franceschini (attivi fino al 1940) e i Cadei diffusero un sapere ed una tecnica che avrebbe dato i suoi frutti migliori con le botteghe fondate prima da Pacifico Inzoli (1843-1910) e poi da Giovanni Tamburini (1857-1942) , tutt’oggi in attività. Crema è dunque da lungo tempo sede di laboratori artigiani che producono e restaurano organi e costruiscono canne da organo per i più conosciuti organari, tanto che in città esiste una scuola di formazione professionale per la costruzione ed il restauro degli strumenti. Oltretutto Crema ha dato i natali a importanti musicisti (quali Vincenzo Petrali, Giovanni Bottesini e Stefano Pavesi), che hanno prodotto composizioni sacre e profane apprezzate in tutta Europa. Da tempo era avvertita la necessità di valorizzare e promuovere questo patrimonio: il Comune di Crema ha inteso mostrare non solo alla cittadinanza cremasca, ma pure ad un pubblico più vasto, le attitudini della nostra città in questo particolare settore dell’artigianato artistico, che trova di sicuro nuova valorizzazione attraverso quanto esposto nella sezione museale ad esso dedicata.

Tale sezione, realizzata grazie al fondamentale sostegno della Fondazione Cariplo e, in secondo luogo, della Fondazione Banca del Monte di Lombardia, oltre che tramite risorse economiche proprie del Comune di Crema, si articola su due sale.

La prima pone l'accento sulle realizzazioni, cioé sugli strumenti e sulle canne d'organo, ma anche sui protagonisti di tale produzione artigianale. Sono infatti presenti due teche dedicate alla figura di Pacifico Inzoli ed alla ditta Tamburini ed al suo fondatore; inoltre una canna Fa di 32 piedi domina letteralmente la sala. Il manufatto è stato creato per l’occasione dalla ditta Scotti: esso riproduce l’analoga canna presente nell’organo del Duomo di Cremona, per la realizzazione della quale è stata utilizzata la più grande delle forme (originali ed realizzate da Pacifico Inzoli proprio in occasione della costruzione della nuova facciata dell’organo del Duomo di Cremona nel 1879) esposte nella seconda sala.

Il percorso espositivo della prima sala è stato concepito senza però trascurare i visitatori più giovani, per i quali è stato pensato uno strumento multimediale di facile utilizzo ma di sicuro impatto, dal momento che le sue fattezze ricordano quelle di un organo completo di doppia tastiera. Esso permette di «navigare» all’interno del mondo degli organi e delle figure professionali che ruotano attorno a tale strumento: si possono così consultare le schede degli organi presenti nei paesi della diocesi di Crema oppure conoscere le figure dell’arte organaria (l’organaro, ma anche il maestro ed il cannifonista, presentati cogliendo le sfaccettature che ne costituiscono il profilo professionale) e le diverse fasi della realizzazione di un organo.

Nella seconda sala viene invece ricostruita una bottega artigiana in cui, partendo dalla fusione dei metalli per la produzione delle canne, attraverso le varie fasi di lavorazione quali, appunto, la lavorazione delle lastre di metallo e la loro arrotolatura attorno alle forme, la costruzione dei mantici, dei somieri e delle trasmissioni, si arriva alla realizzazione di un organo completo e funzionante. Il percorso che il visitatore compie nella seconda sala, dunque, gli consente di conoscere le diverse fasi della costruzione di un organo, partendo dalla fabbricazione delle canne per arrivare infine alla prova finale dello strumento.



Arte organaria

La tradizione organaria cremasca si sviluppa sulle orme della più antica arte organaria bresciana (Antegnati) e bergamasca (Serassi), a partire dalla fine del XVIII secolo, quando nel territorio cremasco sono fiorite numerose scuole e botteghe. In un crescendo che non conobbe sosta famiglie come i Lingiardi, i Franceschini (attivi fino al 1940) e i Cadei diffusero un sapere ed una tecnica che avrebbe dato i suoi frutti migliori con le botteghe fondate prima da Pacifico Inzoli (1843-1910) e poi da Giovanni Tamburini (1857-1942), tutt’oggi in attività.
Crema è dunque da lungo tempo sede di laboratori artigiani che producono e restaurano organi e costruiscono canne da organo per i più conosciuti organari, tanto che in città esiste una scuola di formazione professionale per la costruzione ed il restauro degli strumenti.
Oltretutto Crema ha dato i natali a importanti musicisti (quali Vincenzo Petrali, Giovanni Bottesini e Stefano Pavesi), che hanno prodotto composizioni sacre e profane apprezzate in tutta Europa.

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SALA PIETRO DA CEMMO

La sala Pietro da Cemmo deve il suo nome all'artista bresciano che, nel 1507, assieme alla sua scuola, affrescò le pareti della sala, realizzandovi sia i due grandi affreschi (L'ultima cena e La crocefissione) posti sulle pareti più corte della sala sia i tondi e le lunette, caratterizzati, rispettivamente, da scene dellAntico e del Nuovo Testamento e da figure di spicco dell'Ordine agostiniano, cui appartenevano i monaci che abitavano nel convento. Fino a che i monaci abitarono i chiostri la sala da Cemmo fungeva da refettorio; successivamente al 1796, quando l'ordine venne soppresso, la sala venne trasformata, come peraltro tutti gli altri spazi conventuali, in caserma (nello specifico l'ex refettorio diventò una stalla).

Attualmente l'ex refettorio, trasformato in sala per conferenze, vede la presenza non solo del ciclo di affreschi del da Cemmo, ma anche della sinopia de L'Ultima cena, che è così messa in diretto rapporto (quasi in dialogo, si potrebbe dire) con l'affresco di cui la sinopia rappresenta la fase preparatoria. La sinopia è infatti il disegno preliminare che l'artista eseguiva dopo aver realizzato sulla parete l'arriccio; sulla sinopia veniva poi steso l'ultimo strano di intonaco, su cui si realizzava l'opera vera e propria.

Le sinopie cremasche (oltre a quella raffigurante L'Ultima cena il Museo conserva anche le tre che compongono La crocefissione, l'altra grande scena che domina le pareti della sala da Cemmo) sono state staccate dal loro supporto originale e collocate su tela nel 1973: nel 1971, infatti, per procedere al restauro degli affreschi, si era provveduto a togliere questi ultimi dalle pareti, a restaurarli e, prima di ricollocarli, si era appunto provveduto ad operare lo strappo delle sinopie. Questi lavori sugli affreschi e sulle sinopie rientravano in quelli più vasti eseguiti sul complesso del S. Agostino a partire dal 1959 a cura dell'architetto Amos Edallo (e proseguiti anche dopo la sua scomparsa nel 1965) in seguito all'acquisizione dell'ex convento al patrimonio comunale ed alla sua trasformazione in centro culturale.

Nel 2005 le sinopie sono state affidate alle cure del laboratorio di restauro di Marina Baiguera che, assieme al suo collega Roberto Fodriga, ha operato il restauro delle sinopie stesse; i lavori si sono sempre svolti sotto la supervisione della dottoressa Renata Casarin, funzionario della Sovrintendenza competente territorialmente. Per il Comune di Crema i lavori sono stati seguiti prima dal dottor Roberto Martinelli e dalla dottoressa Thea Ravasi e, dal 2013, dalla nuova responsabile del Museo, la dottoressa Francesca Moruzzi, che si è attivamente impegnata per il ritorno in Museo delle sinopie e per l'esposizione al pubblico di quella de L'Ultima cena.



Sala
Pietro da Cemmo

La sala Pietro da Cemmo deve il suo nome all'artista bresciano che, nel 1507, assieme alla sua scuola, affrescò le pareti della sala, realizzandovi sia i due grandi affreschi (L'ultima cena e La crocefissione) posti sulle pareti più corte della sala sia i tondi e le lunette, caratterizzati, rispettivamente, da scene dell’Antico e del Nuovo Testamento e da figure di spicco dell'Ordine agostiniano, cui appartenevano i monaci che abitavano nel convento.
Fino a che i monaci abitarono i chiostri la sala da Cemmo fungeva da refettorio; successivamente al 1796, quando l'ordine venne soppresso, la sala venne trasformata, come peraltro tutti gli altri spazi conventuali, in caserma(nello specifico l'ex refettorio diventò una stalla).

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